Cosa vuoi fare da grande?

Mi hanno regalato un libro alla laurea, ormai più di sei (sei-dico-sei) anni fa, quando i trenta sembravano un orizzonte ancora parecchio lontano. Nelle prime pagine il protagonista, giovane avvocato (tsè, ma pensa te, davvero?!), ricordava il suo post laurea. “Il mondo pullulava di possibilità infinite in quel tiepido ed inatteso febbraio di Roma [ma poteva benissimo essere un luglio o un mese qualsiasi e una città qualsiasi], mentre ero in bilico fra il non più della mia vita di ragazzo e il non ancora della mia vita di uomo… era una striscia sottile, euforica e provvisoria. Era bello starci su quella striscia. E solo quello che è provvisorio è perfetto[1].

Il fatto è che, a distanza di sei anni, ho quella sensazione cucita addosso che la provvisorietà di cui si diceva non sia solo una striscia. E che non sia solo cucita su di me. Non che sia una brutta sensazione, non sempre almeno. 

“Pensavo di iscrivermi a fisioterapia”. Una laurea in ingegneria, un contratto a tempo indeterminato (ebbene sì, esistono ancora!), qualche anno di esperienza lavorativa sulle spalle, una discreta prospettiva di crescita, una casa in città. Eppure sta lì, sulla quella striscia.

E ci stanno pure amici che parrebbero “arrivati”. Che hanno toccato con mano l’avverarsi di un grande progetto, il realizzarsi di un investimento (e non solo in tempo). Eppure stanno lì, in equilibrio fra i ponti di Venezia, che non sanno ancora dove li spedirà il ministero a vivere per i prossimi quattro anni.

C’è chi ha appena aperto la partita iva, dopo qualche passaggio tra un master, un’abilitazione e un paio di aziende. Poi c’è chi dalla partita iva vorrebbe invece diventare dipendente, perché a volte con la partita iva non ci campi e vale di più una certa stabilità economica che una certa libertà di movimento.

Chi ha un dottorato in materie umanistiche in tasca e sta pensando di iscriversi ad agraria. E chi, senza iscriversi ad agraria, con una doppia laurea ha fatto partire un’azienda agricola biologica.

E chi con una laurea in arte fa l’insegnate in una scuola materna a Londra.

E chi semplicemente, dopo anni di lavoro nella stessa azienda, ha voglia di cambiare, di ricominciare.

Ed eccoci qui, trentenni, su quella striscia sottile, euforica-ma-anche-ansiogena e provvisoria, a riflettere sulla vita che sarà, che vogliamo che sia. Perché a trentanni puoi, ancora chiederti che “che cosa vuoi fare da grande?”. “Il fatto è che abbiamo troppe possibilità”, dice lui. “E abbiamo scoperto che siamo quasi bravini in quello che facciamo, in quello che sappiamo fare” risponde lei. Allora pensi che sì, hai girato, hai viaggiato, hai vissuto all’estero, hai fatto stage e tirocini, hai cambiato città, ti hanno affiancato professionisti di vario tipo (ah, variegata umanità). Hai progettato tanto e poi hai scoperto che le cose non vanno sempre-ed-esattamente come le avevi pensate tu. Allora ti devi ri-progettare, cavandotela pure piuttosto bene. E realizzi che forse è questo il problema: il problema è avere troppa scelta perché l’orizzonte è vasto e pullula ancora di possibilità infinite. Perché le scelte non sanno mai di definitivo – e spesso mica per scelta tua – e per una porta che chiudi te ne si aprono dieci. E perché hai quella cosa dentro, che bussa costantemente: chiamiamola curiosità, chiamiamola pure inquietudine che poi è pure quella cosa che ti spinge a fare sempre un passo oltre a non sederti mai, a cercare sempre qualcosa. Non è mica di tutti, ma chi ce l’ha non può fare finta di non sentirla. Toc-toc.

A volte nutro una profonda invidia per quelli che questa cosa che bussa proprio non la sentono. Li vedi, sono sereni e ben saldi, sono già oltre la striscia, forse non ci sono neanche mai passati attraverso. Ma che ci devo fare, a volte è più forte di me, a volte in questa precarietà i momenti sono semplicemente perfetti, provvisoriamente perfetti.

I genitori, o quelli-più-adulti-di-me, la chiamano precarietà. Molti di loro non hanno avuto la possibilità di scegliere. Ma io adesso, nei miei trent’anni, ci sto bene in questa precarietà, che qualche radice salda l’ha pure messa ma che odora ancora come quel febbraio, a Roma.

Allora forse, la domanda ultima, non è tanto “Che cosa vuoi fare da grande“, ma “Qualsiasi cosa tu faccia, chi vuoi essere da grande?” Un bimbo, alla maestra di cui sopra a Londra, alla domanda  “Che cosa vuoi fare da grande” ha risposto “un elefante”. Forse lui ha già capito.

p.s. compiti per tutti (come direbbe Rob): se tu potessi scegliere ora una nuova facoltà, un corso, o qualsiasi altra cosa, che cosa sceglieresti di fare? E lo faresti per investimento sul tuo futuro (futu-che?!) o per pura passione?

[1] Gianrico Carofiglio, Le perfezioni provvisorie, ed. Sellerio

Un pensiero riguardo “Cosa vuoi fare da grande?

  1. “Da grande voglio essere una fabbricatrice di arcobaleni che va su un unicorno. Fare gli arcobaleni é facile devi solo avere un po’ di pioggia e un po’ di sole” cit. M. 3 anni e mezzo. Pure questa ha capito tutto!

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