Pezzi di mondo, in un minuscolo spazio vitale

A volte torna a farsi sentire.

A me l’ultima volta è successo in un venerdì agostano, uno degli ultimi giorni in ufficio, quei giorni in cui ti senti come seduta sul bordo di qualcosa con i piedi e penzoloni, con liste di cose-da-fare-assolutamente-prima-di-chiudere e che rimarranno tali e quali a fine giornata perché quell’assolutamente è del tutto relativo, del tutto ehm… prospettico.

Basta un ritmo di percussioni nelle orecchie e senti quell’improvvisa voce, fatta di colori vividi – plastiche, tessuti, strumenti – , di odore di pesce appena pescato e grigliato (uno è pure rimasto in fondo allo zaino da viaggio e lo ritrovi mesi dopo, essiccato), odore di dado fatto in casa e di burro di karitè (ebbene sì, puzzano tantissimo entrambi!), di tè senegalese denso denso bevuto su una terrazza di Dakar, di farina di miglio. Di una bottiglia di coca cola o di fanta, fresca, bevuta al baracchino in mezzo al nulla, alle porte di un qualche villaggio sperduto del Burkina. Di Sylvain, neanche tre anni e la pancia – vuota – che pare un pallone, che ti corre incontro. Ha pure imparato a sorridere. Di come hai imparato ad aspettare. Aspettare e poi ancora aspettare, tanto non hai mica nient’altro da fare. Ti siedi a bordo strada e a qualche ora il bus per il mercato passerà. Di un “maaaaa-dame” di saluto sdentato, ma contento. Di buio, buio pesto, perché quando il sole se ne va oltre la linea piatta dell’orizzonte, se ne va via ogni luce, come se qualcuno improvvisamente spegnesse l’interruttore. Senti perfino la polvere della terra rossa battuta delle strade nelle narici e fra le dita dei piedi.

E’ l’Africa che ti ri-chiama.

Ci sono viaggi, luoghi, esperienze, incontri che aprono finestre su altre vite e altri mondi. Viaggi fatti a piedi, in treno, in auto on-the-road, con lo zaino in spalla o con le valigie, in solitaria o in gruppo, oltre oceano o dietro l’angolo di casa. Viaggi che ti regalano pezzi di mondo che ti rimane poi incastrato dentro (tipo così) e ogni tanto, all’improvviso, ovunque tu sia, qualsiasi cosa tu stia facendo, ti spalanca di nuovo le finestre, non ti lascia a penzoloni ma ti mette a testa in giù. Credo sia questo il senso del viaggiare: aprire finestre, cambiare prospettive, accorgersi che no, non è mai tutto qui. C’è Altro, tanto Altro.

A chi parte quindi, a chi torna, a chi rimane (che si può viaggiare anche con i libri o con i racconti altrui), a chi progetta il prossimo. Prendeteveli questi pezzi di mondo: ce n’è di sicuro un po’ per tutti.

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