Làb…ellezza dove va?

Abbiamo scoperto la realtà di Làbas solo quest’anno. Ci ha portate lì la coinquilina che ha preso il mio posto nella vecchia casa. E’ stato un buon baratto: lei si è presa la “piccola baita” e in cambio ci ha fatto scoprire un microcosmo a due passi da casa nuova.

Urge una premessa: non sono una fan dei centri sociali occupati. Non li ho mai frequentati con assiduità, mi incuriosiscono (come tutto). Ma Làbas quest’anno era diventato quasi un rito, il rito del mercoledì, a spezzare le settimane. E la notizia dello sgombero di oggi ci ha lasciate tutte con meh, un buchino dentro.

Per chi non la conosce, Làbas è una ex caserma occupata che si presenta così. Ideali di inclusione sociale e di accoglienza ambiziosi e, diciamocelo, non poco idealistici, ma che hanno trovato poi una qualche forma di concretezza: il birrificio sociale, il laboratorio artigianale di falegnameria e di riparazione bici, la biblioteca, la biopizzeria, i prodotti di campi aperti, i centri estivi e i corsi di teatro e di riciclaggio per i bambini.

L’umanità che ci trovavi dentro appena varcato il cancello spalancato era vasta: fricchettoni (ma si dirà ancora fricchettoni!?) ma anche bambini (tanti) che si rincorrevano in cortile o che giocavano a nascondino fra gli angoli di orto, studenti erasmus, lavoratori, gente che aveva ancora il materassino da yoga sotto braccio.

E poi noi. Le ragazze. Quando ci andavamo il mercoledì ci andavamo ancora in tenuta da ufficio, pantaloni, giacca e ballerine. E nonostante la giacca era difficile sentirsi fuori posto. Aggiungevamo un pezzo di puzzle a quella variegata umanità. Arrivavamo a scaglioni, se il ritrovo era a Làbas allora non c’era fretta, non c’erano orari. Ad ogni nuovo arrivo bastava fare posto al tavolo che nel frattempo avevamo condiviso con degli sconosciuti, e riprendere il racconto degli ultimi aggiornamenti e ricominciare dall’inizio. E ad ogni nuovo inizio, un nuovo giro di birre artigianali che ci mettevi mezz’ora a prenderle ma solo perché ti perdevi a chiacchierare con i ragazzi di Shiumarell dietro al bancone. I muri della ex-caserma hanno ascoltato una telefonata importante che ricordo vividissima, quelle che cominci con la voce bassa e triste e che ti lasciano invece con gli occhi luccicanti, hanno ascoltato le nostre lamentele e preoccupazioni sul lavoro, sugli esami e, soprattutto!, sugli uomini, hanno dato casa a nuove idee (questo blog compreso) che nascevano da alcuni cocci sparsi, a chiacchiere a due, con il foglietto della pizza in mano che “Sicuro, in mezz’ora è pronta” e poi aspettavi un’ora ma va bene, va bene uguale, che davvero fretta a Làbas non ce ne’è. E quando poi chiudeva il mercato ci trasferivamo a casa a fare una pasta al ragù notturna, e le chiacchiere lasciate a metà continuavano. E poi non più di una settimana fa, quelle stesse mura mi hanno accolta per l’ultima volta raccontandomi la storia di Amorveno Marzagalli, una delle vittime del 2 agosto 1980, in una delle tappe di narrazione popolare di Cantiere 2 Agosto, promosso dall’Assemblea Legislativa della Regione. Per dire.

Non voglio entrare nel merito della discussione politica sulle occupazioni. Onestamente, non mi sono fatta un’idea chiara sul punto. Quello che so, quello che ho sperimentato io, è che Làbas era viva, era accogliente, era un luogo che sapeva davvero di bene comune e di condivisione, come quei cortili di casa in cui d’estate ci si trova a mangiare l’anguria tutti insieme, era un punto di riferimento per l’intero quartiere… insomma era una cosa (a suo modo) Bella. Post sgombero, riuscirà la città a non perderla, quella Bellezza? Riuscirà, in qualche modo, a farle ancora posto?

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