Voglio ricordarmi

Ricordate la nostra Girl in viaggio in terre straniere? Quella che doveva disintossicarsi prima di rientrare? È tornata pure lei, più ricca che mai. E ha un pezzo di mondo bello, bello davvero, da raccontarci.
***
Voglio ricordarmi che era notte fonde quando siamo arrivate, voglio ricordarmi che è notte fonda anche ora che ce ne andiamo, perche qui è difficile arrivarci ed è difficile andarsene.
Voglio ricordarmi l’insegna Tash..nt International Airport, perché non importa se manca la “k” e se manca la “e”, c’è ben altro qui che conta.
Voglio ricordarmi il pane a ciambella con i semi e il pane dolce con l’uvetta, che ok ce lo abbiamo anche noi, ma vi assicuro che era più buono :)…e i pomodori giganti del Bazar Chorsu, il choy black e il choy grey, il sapore forte del montone degli shashlyk, i samsa stragonfi di carne, l’odore del Miele del Ciak Ciak, che mi diverte un sacco dire!!
Voglio ricordarmi i tapchan dove non capivo come sedermi, gli sguardi curiosi, i miei e i loro… la polizia armata ad ogni angolo di Tashkent, che sembra quasi un film poliziesco, ma non lo è… è uno stato di polizia. La metropolitana con il suo cartello <divieto di fotografare>, voglio ricordarmi “Italia?? Celentano, Totò Cotugno! Albano! Milan, Inter, Maldini, Baggio, Pirlo!!“.

Voglio ricordarmi  i tassisti abusivi e la puzza dei tappetti dello loro auto, “sum? sum! Dollars!?!”. Voglio ricordarmi cinque ore di auto che diventano sette, il chiasso del bazar alle porte di Kokand, il luccicchio dei colori dei vestiti delle donne, i cesti pieni di caramelle, gli scaffali dei supermercati tappezzati di Colgate…e le spezie, e la frutta secca, i tranci di carne che penzolano dal soffitto di macellerie improvvisate..
Voglio ricordarmi che ogni tanto in auto sale qualcuno e scende qualcun altro, che un viaggio non è un viaggio se non siamo in 5. Voglio ricordarmi che quando arrivo nella piazza vengo assalita per contrattare il prezzo di un passaggio o di un pacchetto di fazzoletti.
Voglio ricordarmi che sono sposata e che ho 2 o 3 figli, Alessandro, Francesco e Virginia, dico mostrando la foto di me e di mio marito,  povero D. che gli saranno fischiate le orecchie per due settimane (era con lui la foto più bella che avevo).
Voglio ricordarmi la seta, gli occhi neri pece del ragazzo che colorava il batik per noi, le ceramiche del caro nonno di Rishton che tiene ancora nel portafoglio la foto del suo primo e unico Amore.
Voglio ricordarmi le danze del mio primo matrimonio Uzbeko, i due ragazzi che ti chiedono di parlare inglese con loro in cambio di un giro turistico e un passaggio in stazione. Voglio ricordarmi anche il suv nero scintillante con musica a palla con cui ci avete che accompagnate in stazione, sbucato da non so dove, oddio, mi sentivo in un film di Placido. Voglio ricordarmi che Italia è Mafia e Berlusconi, chissà come mai l’accostamento non mi suona strano.
Voglio ricordarmi che il sogno nel cassetto di Mansurov è diventare medico e sposarsi nella chiesa di Kokand, quella bella che mi mostra dal finestrino, anche se ancora una ragazza non c’è l’ha perché non ha tempo, deve studiare.
Voglio ricordarmi l’anguria e il succo di fichi di Mohamed, la sua immensa e anziana madre che mi abbraccia le mani, perché lei è una delle matrone in questa società maschilista.
Voglio  ricordarmi l’acqua della fonte che guarisce il mal di stomaco, che credo però a me lo abbia fatto venire.
Voglio ricordarmi che a Margillon una donna non può fumare in pubblico e non può uscire a pranzare sola, io posso perché sono una turista occidentale e sono con Mohamed.
Voglio ricordarmi che non c’è il bagno per le signore, così si apre una tenda dietro il ristorante e li le trovo, le donne, che lavano e cucinano, questo possono fare, e con un cenno mi mostrano la loro turca dove pisciare, fissando le mie Nike nere come merce rara.
Voglio ricordarmi che in valle di Fergana se nasci donna non conti nulla, ma la figlia di Mohamed è divorziata con un figlio e lui non si vergogna a dircelo.
Voglio ricordarmi il plov cucinato dalla moglie di Mohamed, perché è buono, non è come quello del ristorante, perché ha apparecchiato la tavola a festa, e perché hanno comprato un dolce apposta per noi, uno di quelli con la crema e il cioccolato.
Voglio ricordarmi Vodka, vodka, ti distrai un attimo e ti hanno riempito di nuovo il bicchierino! Voglio ricordarmi che siamo mosche bianche e che tutti ci vogliono fotografare e così ridiamo un sacco e ci mettiamo in posa.
Voglio ricordarmi le vostre vite parallele, gioiellieri di giorno, tassisti la notte.
Voglio ricordarmi i bambini scalzi che corrono nella polvere e nel fango, “madame, madame, bon bon!!” e così dalle tasche cerchiamo di tirare fuori anche quello che non abbiamo, pur di guadagnarci un sorriso e un pollice in su. Di Nukus voglio ricordarmi quel viso rotondo e quegli occhi buoni di Mohamed Alì “Miss, Miss! Io giro, tour, io giapponesi, francese, inglese, io, io, Miss, Miss io take tu!!”.
Il melone caldo lungo la strada, ma che così dolce mai lo avevo mangiato, l’odore della carne e del grasso che cucinano insieme, le mosche che girano sul tavolo, l’aglio e la cipolla, l’aglio, l’aglio, un sacco di aglio!! E gli spiedini avanzati che se li porta a casa per i suoi bambini. “Here vino Mohammed Ali?”, ma i musulmani non bevono vino, Miss. Allora acqua, acqua, perché il caldo mi sta consumando, e l acqua la compra lui. Ma no Mohamed, manco hai i soldi per la  benzina! ma lui ha deciso così.
Voglio ricordarmi A. che sviene in auto dal caldo, cazzo e adesso? Speriamo si svegli sennò dove lo trovo un medico al lago d’Aral! Voglio ricordarmi i villaggi fantasma, le strade sterrate, le speranze mancate.
Voglio ricordarmi il vecchio che vive dentro il cimitero, là è casa sua, tu turista cosa vuoi? e ci caccia a calci in culo imprecando verso il cielo.
Voglio ricordarmi i minareti di Khiva, le maioliche turchine delle madrasse e delle moschee di Bukhara.
Voglio ricordarmi che nessuno parla inglese ma alla seconda domanda si risponde sempre Italia e non si sbaglia mai. Voglio ricordarmi che siamo riusciti a raccontarci lo stesso, non so come, ma io vi conosco un po’ adesso.
Voglio ricordarmi l’ocra del deserto, l’aria calda che entra dal finestrino, tu che mi guardi dallo specchietto retrovisore come un uomo guarda una donna. Voglio ricordarmi che giocate con l’acceleratore dell’ auto come noi con lo smartphone e che ho pregato il mio Dio e anche il vostro (che poi è sempre lo stesso, e chissà se esiste…) affinché non scoppiasse mai un copertone in mezzo a quel nulla infinito.
Voglio ricordarmi che io ho gli occhi azzurri e quindi io beautiful, beautiful.
Voglio ricordarmi che per fare gas si scende dall’auto e si aspetta al sole su una panchina, che per comprare un biglietto del treno serve il passaporto e manca poco ti chiedano il gruppo sanguigno. Voglio ricordarmi che un ragazzo al pit stop dal benzinaio ci ha regalato una bottiglia di coca cola e un pacchetto di gomme da masticare perché “Italia Italia bello!”. Voglio ricordarmi che Italia lontano, ma anche Mosca lontano. Un giorno forse Madame Io go Italia. Roma, Venezia, Milano!! football! E ci risiamo con il calcio…
Voglio ricordarmi tutte quelle donne dal parrucchiere, il loro momento di intimità, un momento per bisbigliare, per sorridere timidamente, oggi possono osservare queste due occidentali mentre il giovane ragazzo disegna con un filo le più belle sopracciglia che abbiano mai avuto. La musica trash a tutto volume, altro che indie rock.
Alessia che diventa a volte Alexia e altre volte Alicia, ma va bene lo stesso. I colbacchi a “tutto venti dollari”, che Miss Miss sconto, two for one!! Voglio ricordarmi Nargiza, che mi ha cucito addosso un vestito di seta rossa, carta, penna e metro, Nargiza e il suo sogno nel cassetto, lei vuole fare la designer di moda, lei ci crede, molto più di me, molto più di noi, che non sappiamo neppure più se lo abbiamo ancora un sogno nel cassetto. Voglio ricordarmi che ho avuto paura, ad ogni inizio, perché siamo due donne sole e occidentali, e perché guardiamo troppa televisione e leggiamo troppi giornali. Voglio ricordarmi che scendevo e salivo da una macchina a un furgoncino e viceversa, senza troppe domande, è così e basta, l’importante è arrivare. Ma sono sempre arrivata, mai in orario, sempre sudata e sempre più ricca, perché voi siete persone povere ma ricche, voi siete persone di parola.
Voglio ricordarmi che quando parte Despacito scoppiamo tutti a ridere, e mi pare una parodia dei the Jackal.
Voglio ricordarmi le distese di cotone, le teste chine a raccogliere quei batuffoli bianchi, secondi produttori mondiali ma il governo vi impone di non fare la rotazione.
Voglio ricordarmi che esiste un lago qui che era un lago e ora non lo è più.
Voglio ricordarmi le stelle di quella notte in yurta, perché lo so che non le rivedrò mai più.
Voglio ricordarmi che a volte ero stanca e volevo un letto comodo e un piatto di lasagne. Che poi alla fine sono stati 15 giorni e forse sono solo troppo sentimentale io, mica ho viaggiato un anno. Ma io voglio ricordarmeli così.
Voglio ricordarmi il Registan con la luce del mattino, avvolto nell’arancione del tramonto, illuminato nella notte, perché gli occhi una tale meraviglia non la possono scordare, mai.
Voglio ricordarmi di te che sei un tagiko a Samarcanda (e ci tieni a farmelo sapere), te che te ne stai in agguato all’ufficio postale e che per pochi dollari ci hai portate alla scoperta, perché qui è sempre tutta una continua scoperta, te che hai trasformato quella che doveva essere una breve gita matuttina di qualche ora in un tè a casa tua, con tanto di video del matrimonio di tua figlia. Voglio ricordarmi che stavamo tutti seduti a terra davanti a quel vecchio televisore, a sorriderci con gli occhi. Voglio ricordarmi di tua figlia che in quel video non sorrideva mai e non alzava mai lo sguardo verso il suo sposo. Voglio ricordarmi che l’altra tua figlia ci ha inviate al suo matrimonio ad ottobre mentre tu tagliavi per noi Airbus, ma non verremo, lo sai. Voglio ricordarmi che vi siete divertiti a vestirci da uzbeke, sembravamo due pagliacce, una barzelletta. Voglio ricordarmi che quando dico Love cala il silenzio, Love no, Love dopo il matrimonio. Voglio ricordarmi i capelli nerissimi di tua moglie che mangia l’Airbus dopo di te, perché prima mangiano gli uomini.
Voglio ricordarmi le immense contraddizioni di questo paese che mostra pubblicità di ferrovie ultramoderne e lascia le strade con i tombini scoperti. Voglio ricordarmi gli alti muri che questo paese ha tirato su per nascondere lo sporco e la sua gente. Voglio ricordarmi che quando arrivi in capitale vedi le donne al volante senza velo e sul ciglio della strada non ci sono più le capre e le mucche a brucare.
Ma voglio ricordarmi che il vero Uzbekistan è quello dove accanto alla macchina per tessere c’è un tappeto per dormire. Voglio ricordarmi le Suzani che decorano le pareti scrostate delle vostre case.
Voglio ricordarmi che andate in stazione con le valigie di plastica, con dentro un paio di stracci, un po’ di frutta e ci scommetterei anche una vaschetta di plov. Ma voglio ricordarmi che l’ ho comprata anch’io la bag di plastica per portare a casa i regali e sai che c’è? Che è pure comoda, più del trolley.
Voglio ricordarmi il ringraziamento al cielo che fate dopo il pranzo, come riponete ordinatamente le scarpe in fila davanti la moschea, il silenzio reverenziale durante la preghiera, che anche entrando in punta di piedi mi sentivo sempre un elefante.
Voglio ricordarmi che non sono nessuno io per giudicarvi e per sentenziare che sia meglio o peggio la mia o la vostra vita.
Voglio ricordarmi che la mia felicità risiede nella mia libertà e la vostra, forse, nell’azzurro delle cupole che sovrastano i vostri tetti.
Voglio ricordarmi le lacrime che mi bagnano il viso perché è arrivato il giorno della partenza e ho paura che tutti questi ricordi e tanti altri non ci stiano nello zaino.
… Voglio ricordarmi come mi hai stretto la mano Farhod quando me ne stavo andando e gli occhi con cui mi guardavi mentre salivo in auto. Voglio ricordarmelo perché sì, siamo due mondi diversi ma abbiamo sentito le stesse cose.

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