Tra pozzanghere e oceani: dialoghi bipolari, a tre

Come sapete, lascio volentieri questo spazio a chi ha qualcosa da raccontare, o un rito da celebrare.
Ed è ora di sdoganare la credenza che questo blog parli solo al femminile.
Siamo per la parità di genere, nella buona e nella cattiva sorte. Ma soprattutto nella cattiva.
Al prossimo Capino insieme, amico.

Il fatto è che se in pochi mesi almeno in tre te lo domandano – “non è che sei bipolare?” – tu (che te lo sei già chiesto milioni di volte sminuendo l’interrogativo convinto che, anche se fosse, nessuno se ne accorgerebbe) inizi a crederci.
Il bello è che a pensarci bene essere uno e bino (ho detto umilmente bino e non trino, anche se l’età ormai è quella del figlio jr) non è poi così male, se non altro perché ti fa vedere tutte le cose da almeno due diversi punti di vista.
E se poi ci aggiungi il dialogo a distanza con quell’amica ormai anche tua che fra un’udienza, una lasagna e un Teroldego ti butta là delle perle che un mondaynightrulez intero non basterebbe a venirne fuori, beh, what else?
È con lei che si whatsupava di pozzanghere e oceani, per l’appunto.

Premetto: quando una relazione, personale s’intende, tutta nuova, attesa ma inaspettata, totalizzante ma non senza frustrazioni, intensa e teneramente lieve finisce, inizia quella fase in cui tutti ti ripetono “basta pensarci, devi andare avanti!”.
Inutile.
Il bipolare non ci casca ed essendo per naturale inclinazione anche “ritualista” (per lui tutto è rito: l’aper, la ciccona, la tisana, il capino) ha bisogno di elaborarne uno, anzi, almeno due di riti anche per questa occasione.
E poi si può andare finalmente oltre.
Queste parole sconnesse vorrebbero essere uno di quei riti. Di passaggio, si augura tra un sé e l’altro sé il bipolare.  Salvis juribus, ovvio.

Dicevamo, tempo fa si discuteva quindi della possibilità di dividere le persone in due gruppi (per semplificare, intendiamoci): le persone-pozzanghera e le persone-oceano.
Le pozzanghere, first.
Da bambini tutti ci abbiamo giocato, ci siamo saltati dentro inzuppando le scarpe e i pantaloncini della comunione di fango ed era tutto così divertente, almeno fino a quando la mamma non se ne accorgeva, ché lì arrivavano certe strigliate epiche “Ti sporchi tutto ***!”
A pensarci è vero, non si muore per un po’ di fango, per carità, ma se si indossano i vestiti sdruciti e le scarpe dello scorso anno è meglio: ti ci butti dentro a bomba e a cose fatte tutto in lavatrice, senza troppi pensieri.
E così capita di fare anche adesso, “da grandi”: si passa di pozzanghera in pozzanghera, ci si sporca un po’, ci si diverte, si cambiano i vestiti e poi via, altra pozzanghera. E però.
Sarà che nel frattempo – chi prima, chi poi, chi mai forse – abbiamo imparato a nuotare: in piscina, al lago, al mare fino ad avere la voglia – e la paura – di tuffarci nell’oceano.
Costumino, occhialetti, boccaglio and that’s all.
Ah l’oceano: fresco, agitato, profondo, da esplorare, da rispettare, da preparare.
Svelato l’arcano, mi sono detto.
Funziona così anche con le persone.
Ci sono quelle che sono buone solo per saltarci un po’ con stivali e impermeabile.
E quelle forse peggiori che “dai che ci iscriviamo al corso di nuoto” ma poi la sera della prima lezione “no dai sono troppo pigro” (rigorosamente per whatsup) e ti trovi in piscina da solo.
Poi ci sono quelle che ammiro di più, quelle che se ne fregano di essere da sole, si iscrivono al corso, passano tutto l’inverno in piscina due volte a settimana che-una-è-poca e si preparano per l’estate, per i bagni al largo, per fare quel tuffo che ‘azz ti si chiude la pancia quando arrivi al pelo dell’acqua.
Però sai che soddisfazione nuotare al largo.
Da soli: in pace, a farsi trasportare dalla corrente, a godersi i risultati di tutte quelle sere in piscina quando il richiamo dell’aperitivo incalzava.
In compagnia: con chi è un po’ insicuro con la bracciata e lo aiuti, chi è un campione e ti mostra come si fa, chi sta imparando da zero come te.
Oppure sta imparando proprio con te e finito il bagno non vedi l’ora di sedere al bar capanno alla riva che un mojito per premio ve lo siete strameritato. E c’è un palloncino rosso disegnato sui tovaglioli, che bello!
Il mio catalogo finiva qui.

Almeno fino a quando non ne ho parlato “fra un’udienza, una lasagna e un Teroldego” alla tòsa di cui sopra. Non ricordo esattamente le sue parole e non ho (ancora) avuto la premura di spiegarle tutto fino in fondo. Ricordo il senso, quello sì.
Le lacrime che riempiono gli occhi non sono in fondo una spruzzata d’oceano?
In effetti, per essere salate, lo sono eccome.

Allora ho pensato che forse è ingiusto ed ingrato qualificare le persone come pozzanghere ed oceani e che se proprio lo si vuol fare bisogna ammettere un catalogo infinito di casi.
Tipo.
Ci sono pezzi splendidi di oceano schiacciati da frane e smottamenti, che non aspettano altro che essere liberati.
Ci sono pozzanghere profondissime.
Ci sono oceani inquinati.
Ci sono aspiranti nuotatori che devono smetterla di aspettare ed iscriversi a ‘sto benedetto corso.
Ci sono aspiranti nuotatori che il corso lo fanno assieme ma poi ognuno nuota per sé.
Ci sono aspiranti nuotatori che il corso lo fanno assieme proprio per non nuotare più ognuno per sé.
Ci sono nuotatori provetti che comunque l’oceano è troppo grande e non si incontreranno mai.
Ci sono nuotatori provetti che per caso si incrociano cercando magari un pezzo di relitto sul fondale e proseguono assieme.
Ci sono le persone, le relazioni, le pozzanghere, gli oceani.
Ci siamo noi, e tutto ciò che ci fa aggiungere una pagina al catalogo è grazia.

E c’è un Grazie, davvero, che devo dire per chiudere questo rito.
E pure un Vaffanculo!

Ah, il catalogo de quo è una boiata mondiale.
Ve l’avevo detto che sono bipolare.

 

 

 

 

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