… senza distinzione di religione e nazionalità

Mettete circa 2.000 km in 5 giorni. Un’auto. Rotelle di liquirizia e altri simili generi di primissima necessità. 3 viaggiatrici. 4 Paesi. 1 playlist che va da Justin Bieber all’elettrofolk balcanico. E le pagine di un libro a fare da googlemaps. Il libro in questione è Venuto al Mondo della Mazzantini e credo che poche donne che lo abbiano letto non abbiano poi sentito il desiderio, il richiamo forte di mettere piede lì, dove prende vita Pietro e con lui e dentro di lui… la Storia.

Abbiamo deciso di arrivarci con calma, attraversando le dogane (che tu, che hai un passaporto Europeo, hai quasi dimenticato cosa siano), fino a quando non arrivi anche quel confine e allora sì, ti fermi in coda. Passiamo il controllo croato-bosniaco e ci troviamo indietro di vent’anni: compaiono le golf serie 2, i baracchini-tende ai lati della strada, vendono di tutto, anche i fiori confezionati uno ad uno nella plastica, palloni a forma di anguria, frutta, bibite. Superiamo un carretto trainato da due asini. Case a metà che non si capisce se non siano mai state finite o se siano state sfinite dall’alto. E, lo ammettiamo, il solo pensiero ha un suo triste fascino.
Lo sguardo resta fisso fuori dal finestrino. Cominciano a fare capolino fra i tetti i minareti. Sempre di più, sempre più fitti. Zone industriali, condomini che sembrano enormi mattoncini di lego anni ottanta. E montagne, montagne, montagne.
E poi la strada si fa autostrada, direzione Sarajevo.

Passiamo dai viali a due corsie per infilarci poi nei vicoli stretti e tortuosi della città vecchia. Ci stanno aspettando seduti sui gradini fuori di casa. Senza nemmeno abbassare il finestrino, appena svoltiamo l’angolo ci aprono porte e portoni di casa. Lui si premura di spiegarci tutto e poi ci accompagna in centro. Lungo la strada passiamo affianco ad un  muro pieno di targhe, portano tutte le stesse date: 1991, 1992, 1993, 1994. I muri di alcune case parlano da soli: trivellati di colpi, ad altezza finestra.
Pochi metri e siamo alla Baščaršija, il quartiere storico. E’ un formicaio di volti. Una babele di voci. Un kaleidoscopio di colori. Profumo di cipolla (cipolla ovunque!), folate di narghilè, gente ai tavolini con i cappelli in testa e il caffè turco nelle tazzine.

Il nostro ospite ci e si racconta. Ci porta dove va a mangiare i cevapcici con la famiglia. E noi come lui. Ci salutiamo. Dopo cena ci facciamo attrarre dalla musica folk di un locale e ci infiliamo dentro, ci sediamo anche noi ad un tavolino e ci intossichiamo di fumo e di musica altissima, rimanendo un po’ ad osservare curiose e scambiando, imbarazzate, cenni vari per avances.
Facciamo per uscire ma fermano una di noi, le parlano in bosniaco “Sono italiana, non ti capisco, ciao”. Ma appena fuori, questo giovane esemplare di genere maschile ci segue e con lui il suo amico che ci fa da traduttore simultaneo, in inglese. Nessun giro di parole: “Non parla inglese quindi mi ha chiesto di tradurre quello che vuole dirti: Tu gli piaci. Può portarti a cena o a bere qualcosa insieme?”. E sorride. Lui parla in bosniaco, l’amico traduce e ci fa quasi tenerezza. Ha due spalle ben piazzate, lo sguardo sicuro di chi sa ciò che vuole. La lingua non è più un problema, era un problema ma neppure il tempo di uscire dal locale e aveva già trovato una soluzione. Ci chiedono perché siamo finite a Sarajevo, sembrano stupiti. Loro ci vivono da sempre e vorrebbero andarsene.
Così sì, rimaniamo che ci sentiamo per il giorno dopo.

Caffè, guida alla mano e programmiamo la giornata a Sarajevo mentre ci scappa qualche parola in favore dell’esemplare maschile di cui abbiamo apprezzato l’intraprendenza e la sicurezza, oltre al fatto che è di Sarajevo e girare in città con chi ci vive è tutta un’altra cosa. Così decidiamo di confermare che ci siamo e che ci piacerebbe andare in qualche posto che conoscono loro: “Sappiamo noi dove portarvi. Vi piacerà”. Accantoniamo il telefono, finiamo il caffè e andiamo alla scoperta della città.
Girovaghiamo con il naso all’insù, saliamo il colle e ci perdiamo nel cimitero islamico più antico della città, la voce del Muezzin di mezzogiorno corre fra le lapidi bianche mentre noi ci ripariamo all’ombra degli alberi. Il Ponte di Franz Ferdinand, la biblioteca nazionale, una fenice fiera sulle sponde del fiume, ci sediamo a bere una Sarajevsko e ci portiamo il pranzo da asporto come ci dice di fare la signora (e proprio come si fa nella nostra osteria) che ci accoglie con un foulard nero in testa e che ci consegna un listino scritto a mano.
Finiamo la giornata sorseggiando un caffè turco appoggiate al muro del cortile della moschea. Rientriamo a casa e torniamo ad elogiare l’esemplare di genere maschile autoctono in vista della serata.

Ma.

In attesa che il diluvio si plachi e ci consenta di uscire, eccole lì le girls in viaggio. A mezz’ora dall’appuntamento, arriva IL messaggio che “Un imprevisto. Non possiamo esserci stasera”. E, donne di mondo quali siamo, vi garantiamo che il due di picche bosniaco ha lo stesso identico sapore di tutti gli altri. E così, in mezzo alle diversità che fanno di Sarajevo davvero un “melting pot” di culture, ci sentiamo un po’ a casa, ritrovando qualcosa che già conosciamo e che ci pare essere uguale un po’ ovunque, senza vera distinzione di religione e nazionalità.

Ci ridiamo su, ci prepariamo ed usciamo. Abbiamo fatto 1.000 km per essere lì. La città ci ha già rapite e un posto carino e caratteristico a Sarajevo lo troviamo anche da noi.

 

 

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