Filosofia in cucina

Un pezzo a quattro mani, due cuori e una testa (mezza ciascuno)

***

L’ufficio ad agosto fa un effetto strano. Meglio, straniante. Per carità, le foto della gente al mare-in montagna-al lago hanno sfracassato il c**** ma devo ammettere che qui non si sta niente male.
Anzi, si sta bene. Bene ma non benissimo, toh.
Sarà che c’è poca gente in giro, sarà che chi resta ha più voglia di parlare, di raccontare, di mostrarti che dall’I.n.p.s. è arrivata la carta che va bene allora dottore dal 1 settembre vado in pensione serena che sono 43 anni che lavoro neh, sarà che ho di nuovo voglia di persone.
Sarà che nella lentezza di agosto uno ha più tempo anche per ritrovarsi. Passato il circo, si torna al proprio posto, in attesa di allenarsi per il prossimo numero.
Insomma l’ufficio ad agosto fa questo effetto, ti riavvicina tenendoti lontano.

E stimola interrogativi, tipo: va beh che le minestre riscaldate sono out, ma vogliamo mettere il pasticcio del day after?

Se ne discuteva (cit.) per l’appunto con un’amica delle colline stante la curiosa comunanza e coincidenza gastro-cronologia.
La regola (per saggezza popolare) la sappiamo tutti ed è che le minestre riscaldate non vanno bene.
Eh però, all’unisono, ci siamo detti: le minestre magari no, ma… gli altri piatti? Tipo il pasticcio [lasagne, per il resto del mondo sono lasagne, ma per i Veneti è il pasticcio, n.d.r.]?
Quello se lo mangi il giorno dopo o anche due è pure meglio, è mondiale, perché sviluppa una crosticina in superficie da incidere meticolosamente che crocchia sotto ai denti lasciando poi spazio al morbido che c’è dentro, ed è subito estasi gustativa.

E quindi in effetti sì, ci sono cose (più) buone se riscaldate; però, punto primo, uno deve essere in grado di riconoscere se sta mangiando minestra o pasticcio. Gastronomicamente facile, emotivamente più complicato.
Punto secondo, forse non dipende solo dal piatto, credo.

Ad esempio se una domenica di pasticcio ne hai mangiato tanto, ma tanto, perché avevi fame, per pura golosità, o perché era da un po’ che non lo mangiavi, va a finire che ti tocca andar giù di digestivo (naturalmente un Capino) e il pasticcio riscaldato il giorno dopo non lo puoi neanche vedere.
In quel caso potrebbe essere saggio congelare le ultime fette, perché magari dopo qualche tempo – chissà – potrebbe salvarti all’ultimo una cena o un pranzo, quelle cose tipo: toh, guarda, ho ancora un pezzo di pasticcio, checculo. Oppure lo prenderai in mano, e, pensando all’indigestione, lo riponi in congelatore di nuovo, perché no, pasticcio proprio no.

Non bisognerebbe mai fare indigestioni, credo.

Eppure succede.

Perché in realtà lo sappiamo sin dalla prima scofanata di nutella che se ne mangi un kilo l’effetto è deleterio, ma checazz uno deve rinunciare all’ultima cucchiaiata per paura dei crampi?
Insomma vale davvero la pena mangiare sano ed evitare di strafogarsi? In altre parole… vivere da plasticoni?
O non è forse meglio accettarsi anche gastronomicamente volubili, a rischio crampi?
Non può crampàre per sempre, credo.

E allora màgnamocelo sto pasticcio riscaldato, scongelato, sarà pure l’ultima porzione magari, saprà un po’ di freezer, ci ricorderà l’indigestione ma – ragaz – quello era stato un grosso grasso grande pranzo e questo è un pasticcio con i controcoglioni.

Da domani insalata. Come l’altra volta.

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