“Detta mermaid, detta pony, detta cyborg”

Era estate e il momento prospettava, di per sé, la complessità di affrontare le onde fredde del mare, dopo interminabili ore di sole.
Ricordo nitidamente il bisbigliare malizioso con cui, interrompendo quella delicata operazione di approccio all’acqua, mi avevano riferito che eri incinta.
Hai sempre sostenuto che io e te, dentro, siamo uguali e solo per una bizzarra combinazione dell’apparenza sembriamo così incompatibili e ti diverte tantissimo immaginare la perplessità di chi, sorprendendoci insieme, non comprende cosa ci leghi.
“Perché, dai, tu sei una bella signorina, tutta a modo, io sono un disastro, sono il disordine totale. Dentro uguali, però”.
Come sbagli.
Mi mescolerei inosservata e ordinaria tra chiunque altro, saresti prepotentemente speciale tra infinite persone.
Sei un animo immenso, tu.
Il primo giorno di scuola, dopo le vacanze, quasi non riuscivo a rivolgerti la parola.
Avevi commesso un errore, un’imprudenza.
Precipitata senza preavviso dal piedistallo sul quale, senza richiesta, io ti avevo innalzata.
Nell’aula più claustrofobica che potesse esistere, eppure così lontane, attraverso il gelo da me creato nel corridoio dei banchi, tu, animo immenso, mi hai donato un sorriso tenerissimo, senza rimproveri.
Senza risentimento.
E non so più dire quanto mi ci sia voluto, ma un giorno finalmente ti ho presa con me e ho cercato di spiegarti quali ottusi pensieri mi avessero bloccata dall’abbracciarti, dal rassicurarti.
Ora siamo solo un po’ più diverse io e te.
Capelli scarmigliati, capelli piastrati, giacca di pelle, cappottino, pancione, pancia da atleta, dentro uguali.
“Lo avevo capito che avevi bisogno del tuo tempo. Ti aspettavo”.
Solo che adesso, che ti guardo senza poterti vedere, vorrei essere arrabbiata con te e di nuovo ignorarti e, sì, odiarti anche.
Perché non si fa così.
Perché non è giusto.
Ma so per certo che, se tu potessi riaprire ancora quei meravigliosi occhi scuri, quegli occhi che sono i suoi, perché tutti ti raccontano così, anche se tu non li hai mai visti… -la tua poesia, ti ricordi!?- ecco, se tu potessi vedermi ora, ridicolmente ostile, sorrideresti dello stesso sorriso di quella mattina e ti faresti da parte.
Mi aspetteresti.
Fuori diverse. Capelli blu, capelli castani, anfibi, ballerine, dentro uguali.
E potrei, forse, allora, magari, ci sto provando, fingermi migliore di quanto non sia.
Lasciare andare la rabbia.
Sperimentare il rispetto.
Capire che, se la casuale distribuzione della natura ti ha voluta amplificata nell’amore, quello che senti e ti scortica fino alle viscere e quello che dai e che ubriaca le persone, tanto è potente, insomma, se la casuale distribuzione della natura ti ha voluta così, allora ti ha condannata anche ad essere amplificata nella sofferenza.
Dico che, sì, forse questo è stato il tuo gesto di libertà e sii libera, allora.
Sii assenza, se è l’assenza che ti permette la libertà.
Sii in nessun luogo, per essere ovunque. Vuoto. Pienezza.
Perché se vuoto e pieno esistono solo nel loro confronto, vuol dire che esistono solo in simbiosi.
Del resto, in altre vite nella vita, sei già stata sirena e pony e cyborg.
Deve significare per forza che tu puoi essere tutto, animo immenso.

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