Paris sera toujours Paris (o forse no)

Burro e zucchero.
Sa di burro e zucchero.
Sa di un libro con le pagine ingiallite e l’odore di cantina che ti resta fra le mani dopo averlo sfogliato. I fiori del male, di Baudelaire, in francese. Anche se il francese non lo sai così bene, ma tanto.
È una passeggiata lungo la Senna mentre si allunga l’ombra della sagoma di Notre Dame, con le impalcature sul tetto a custodirla.
C’è anche quello che prepara le crepes sul ponte, su un carrettino a due ruote. Ha una coreografia impeccabile: tiene il tempo stendi crepes-spargi formaggio-prendi prosciutto-metti prosciutto-chiudi prosciutto-chiudi crepes e così via. Non sbaglia un passo, alla fine chiude il sipario, monta in sella e se ne va.
C’è il mercato delle pulci nel quartiere nord, dove non c’è più profumo di burro e zucchero, non ci sono le ombre dei palazzi, ma solo spazi misurati, stipati. Uno di questi mette in mostra solo lettere e numeri, di ogni ordine e grandezza, di legno, di metallo, smaltate e tutte ammaccate. Riempiono le cassette di legno, faticano a starci dentro. Quante storie si possono scrivere, quante vite raccontare, mescolandole?
Appena fuori c’è un mercato improvvisato, un formicaio, una babele: ciascuno ha sistemato il proprio telo a terra e mette in file ordinate quel che offre. Scarpe, vestiti, giocattoli usati, cianfrusaglie. Per ogni metro quadro in esposizione, un capannello di persone di tutte le etnie che gesticolano, discutono, osservano.
Qui hanno costruito edifici ovali: prendono la forma delle opere che ospitano, ninfee senza orizzonte. E poco importa se la folla si accalca, basta sedersi, mettere le cuffie, lasciare che siano le note di un piano a farti sgattaiolare oltre la porta del giardino di Giverny.
È perdersi lungo le stradine che scendono da Montmartre o nel Marais, girovagando senza meta o infilarsi silenziosamente alla Sorbonne, cercando un posto dove asciugarsi un po’ dall’umidità che ti solletica sotto il cappotto, appoggiare l’orecchio alle porte socchiuse e seguire una lezione di diritto pubblico. Che è poi lo stesso che hai studiato tu, all’Università di provincia.

Tornare a visitare le stesse città dà la misura del tempo che passa e di quello che cambia nel mentre. È diversa questa Parigi; eppure ci siamo già viste così tante volte, in diverse stagioni, dell’anno e della vita.
O forse no, forse non è Parigi che è diversa.
Sono solo diversi gli occhi che la guardano, il naso che l’annusa, i piedi che la stanno percorrendo.


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